Ho sposato un narciso

Ho sposato un narciso

Qualche giorno fa, sistemando la libreria, ho trovato un libro divulgativo, scritto molto bene sul tema del Narcisismo. Il libro si intitola: “Ho sposato un narciso” ed è scritto da una psicologa psicoterapeuta che si chiama Umberta Telfener.
Per chi fosse interessata/o ad approfondire l’argomento consiglio di acquistarlo. In questo post (e in quelli che seguiranno) accennerò ad alcuni aspetti di cui il libro tratta, inserendo qualche mia riflessione sul tema.
La Telfener inizia il suo saggio partendo dal racconto del mito di Narciso per poi proseguire con alcune delle caratteristiche principali del narcisista, che di seguito provo a riassumere.

Il bisogno di piacere
“Hanno la necessità di avere degli amici fidati e legati a loro, di allievi e colleghi che li ammirino e di una o più donne al loro fianco che li rispecchino (risplendendo della loro luce) e diano loro una rassicurazione e un riscontro costante attraverso l’amore. Spesso, quindi, li ritroveremo in coppia, anche se poi molti ammettono che viene più naturale pensare al futuro da soli o, addirittura, che non riescono a pensarsi mai in due, semmai con molte donne.
Il piacere di piacere sembra quasi una droga, un’emozione più che necessaria: senza rendersene conto definiranno una serata piacevole se vi hanno svolto un ruolo preponderante, se hanno parlato, discusso, argomentato, sfidato e stupito. Piacevole, insomma, se in qualche modo ne hanno avuto un ritorno personale e hanno provocato delle emozioni.” (Telfener)

Un Io grandioso e l’interno vuoto
Accanto ad un Io grandioso, queste persone mostrano un’insicurezza emotiva legata a una vita relazionale vissuta in maniera difficile, sulla difensiva, come se fossero sempre in pericolo.

Toti-potenti
Questo, e quello successivo, sono, a mio avviso, i due aspetti più interessanti forse perché meno noti degli altri. Nel narcisismo, ma non solo, il piacere è quello di rimanere in una posizione dove tutto è possibile (toti-potenti, come le cellule staminali). Sappiamo bene che per crescere dobbiamo, di volta in volta, abbandonare alcuni progetti e focalizzarci su altri, questo vuol dire trovare nel tempo la propria strada e provare a definirsi sempre di più. Come controparte di questo percorso di individuazione c’è sempre il rischio di perdere tutte le altre potenzialità (almeno questo è quello che crede il “narciso”).

Calvino scriveva a proposito dell’incipit di un romanzo:

“Vorrei poter scrivere un libro che fosse solo un incipit, che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa ancora senza oggetto. Ma come potrebb’essere costruito, un libro simile? S’interromperebbe dopo il primo capoverso? Prolungherebbe indefinitamente i preliminari? Incastrerebbe un inizio di narrazione nell’altro, come le Mille e una notte?” (Calvino – “Se una notte d’inverno un viaggiatore”).

Per poi affermare:

“Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo […] il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita […]. Ogni volta l’inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare“ (Italo Calvino – “Appendice” alle “Lezioni americane”).

Diciamo che il “narciso” si ritroverebbe molto bene nella prima citazione e poco, o per nulla, nella seconda!

Smossi dal senso del dovere e dalle sfide
Come ho scritto in precedenza quest’altro aspetto è meno noto degli altri, ma molto interessante. Quando noi facciano qualcosa dovremmo essere spinti, in modo naturale, da una passione, oppure da un legame forte verso qualcosa o qualcuno. Il narcisista, al contrario, non può riconoscere il legame e soprattutto, non può far vedere che è coinvolto in qualcosa a cui tiene veramente. Quindi, ha la necessità di trasformare il legame, la passione, in senso del dovere: “lo faccio perché è giusto farlo”, “è eticamente, socialmente, corretto fare così”, o, ancora, “lo faccio perché me lo ha chiesto un amico”. Tutti gli aspetti sono per definizione svalutati; il “narciso” non può far vedere agli altri che in una data situazione sta bene, è felice, per lui le cose sono sempre “a perdere”.

A questo punto la Telfener propone due tipi di “narcisi”.
“All’interno della vasta classe dei narcisi distinguiamo due sottotipi che si differenziano non tanto per caratteristiche, comportamenti e stili di vita, quanto per la tendenza verso la grandiosità oppure la depressione.”

I grandiosi integrati
È sempre la Telfener che scrive: “I grandiosi integrati si circondano di persone, hanno bisogno degli altri e li usano per amplificare il senso di sé. Sono capaci di adattarsi a ciò che li circonda, ma pretendono un’approvazione indiscussa.

I distruttivi delusi
Autodistruttivi, pessimisti, faticosi, convinti nel loro intimo di non essere amabili, restano comunque affascinanti, brillano nel lavoro e sono compagni eccezionali nelle fasi iniziali del rapporto, momento in cui sono spinti dal desiderio di mostrare all’altro (e quindi a sé) il proprio valore.

Entrambi i narcisisti possiedono altre tre caratteristiche molto particolari: l’indipendenza affettiva, l’umoralità e l’autoreferenzialità.

Per quanto riguarda l’indipendenza affettiva, possiamo dire che il “narciso” tende ad avere sempre una spalla, una persona che gli sia complice nelle diverse situazioni. Il punto è che questa apparente dipendenza dall’altro, nella realtà nasconde una indipendenza totale. Non entra in relazione con l’altro, viene utilizzato solo per i suoi scopi, l’altro è sempre funzionale a sé piuttosto che un compagno con il quale condividere le avventure di vita. Il narcisista utilizza l’altro come in teatro o al cinema viene utilizzata la spalla, ovvero per sostenere le battute del protagonista.

Per quanto riguarda l’umoralità, afferma la Telfener: “I narcisi alternano spesso periodi di benessere e di energia a momenti difficili, in cui prevale il bisogno di stare soli e rinchiudersi in se stessi: non credono che le cose possano cambiare e sprofondano in una visione apocalittica del mondo. Le persone più vicine a loro possono diventare il bersaglio preferito della loro insoddisfazione.”

Infine, l’autoreferenzialità, ovvero la tendenza a vedere il mondo sempre con il solo punto di vista personale, potrei dire che nel narcisista manca completamente l’empatia, ovvero quella capacità straordinaria di mettersi nei panni dell’altro, comprenderne i vissuti, le sensazioni il dolore. Afferma la Telfener: “Questa tendenza ad avere una visione autocentrata della realtà li porta a rimanere fedeli a se stessi e a ripetere nel tempo i soliti comportamenti”.

Nel prossimo post continuerò il racconto del libro della Telfener (integrando sempre le mie riflessioni), il tema sarà: classificazione di donne che si legano ad uomini narcisisti.

Come sempre attendo i vostri commenti in fondo alla pagina.

Immagine di copertina: Salvador Dalì – Metamorfosi di Narciso 1937

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  • Magapa

    Ho conosciuto un uomo che corrisponde perfettamente a questo profilo psicologio, in particolare a quello del “grandioso integrato”. La frequentazione è durata pochissimo perché io non rientro in nessuna di quelle categorie di donne dei narcisisti. Ma una domanda me la sono posta: un narcistista, in quanto tale, riuscirà mai ad ammettere di avere un problema e decidere di farsi aiutare?

  • Sesto Senso

    Sino a poco fa avrei semplicemente detto: <>. Sempre accerchiato da amici fidati, giovanissimi da crescere/istruire, persone che lo ammiravano. Vedevo tanta gente che lo voleva bene ed io mio EGO cresceva con lui. Era indubbiamente orgogliosa di lui e felice di essergli accanto.
    E, invece, mi sono ritrovata completamente sola e isolata dal Suo mondo.
    Le domande non erano sempre bene accette. Se aveva voglia di parlare, allora era un “fiume in piena”, altrimenti si cedeva il passo a lunghi silenzi e TV sul divano. Anche prendere un impegno era talvolta un’impresa ardua, ma pensavo che fosse solo troppo impegnato e capivo. Tuttavia, ogni impegno era difficile, la risposta non giungeva mai immediata…. il MUST era: “poi vediamo” sia che fosse realmente importante o solo banale (figlio, spesa…). Dottore, Perché?
    Perché le risposte dovevano sempre tardare, mettendomi così sempre in attesa? … sino a quando poi rinunciavo, oppure mi ripetevo e allora… in tal caso, la lite era in agguato. Mi sembrava che buttar le cose nel “dimenticatoio” per lui fosse decisamente più semplice, che parlarne.
    La metafora che spesso usavo per il ns matrimonio era: “Un tappeto di uova”, dove stare sempre attenta affinché niente si rompesse per sempre. La ns vita relazionale era spesso vissuta sulla difensiva, come se io fossi stata il suo peggior nemico. Il matrimonio? Beh, semplicemente qualcosa da cui potersi liberare in un battibaleno con il semplice divorzio… senza peso e/o dolore.
    Alle frasi: “lo faccio perché è giusto farlo”, “è eticamente, socialmente, corretto fare così”, aggiungerei per mia esperienza: “Lo faccio perché nel dubbio è meglio fare una prova”…
    Questa, la triste frase confessata a posteriori per giustificare il nostro matrimonio. Bella vero?
    Caro Dottore, è possibile che tra rimorso e un rimpianto, il narcisista scelga il primo? O trattasi di altro carattere non tipicamente narcisista?
    In ultimo l’umoralità e l’autoreferenzialità erano spesso fonte di attrito, specialmente quest’ultimo.
    Infatti, da una mia diversa opinione, poteva scaturire l’immaginabile anche se eravamo sereni e il tutto si chiudeva con la frase : <> . Caro Dottore, ha qlc commento a questo mio sfogo?