Psicologia del testimone silenzioso

Psicologia del testimone silenzioso

In questo post vorrei descrivere, ovviamente dal punto di vista psicologico, la necessità, nella nostra vita, della presenza di un testimone senza il quale le nostre esperienze non avrebbero senso o, peggio, non avrebbero limiti.

“Inizio con una barzelletta raccontata nel testo di Žižek:

Un povero contadino scampato a un naufragio si ritrova solo su un’isola deserta insieme a Cindy Crawford. Quando, dopo aver fatto sesso con il contadino, lei gli chiede come sia stato, lui risponde che è stato fantastico, ma che, per potersi dire completamente soddisfatto, ha ancora una piccola richiesta da farle: potrebbe vestirsi come il suo migliore amico, indossare un paio di pantaloni e dipingersi dei baffi sul viso? La rassicura: non è segretamente un pervertito, ma del resto sarà lei stessa a poterlo verificare una volta assecondata la richiesta. Quando infine lei cede, lui le si avvicina, le assesta un colpetto nelle costole e le annuncia con la malizia della complicità virile: “sai cosa mi è successo? Ho appena fatto sesso con Cindy Crawford!

Questo terzo, sempre presente quale testimone, smentisce la possibilità di un piacere privato intatto e innocente.” (Slavoj Žižek (Leggere Lacan, Bollati Boringhieri, Torino, 2006).

Il tema è talmente importante che toccherebbe iniziare con una sfilza di citazioni tra le più quotate nel campo psicoanalitico, letterario e filosofico circa la presenza del terzo, ma proprio per lo stile che caratterizza questo blog ne farò a meno e proverò a descrivere questo concetto con le mie parole e le mie storie.

Credo che sarà capitato a tutti noi di avere, ad esempio, un diverbio con un amico e poi, quando lui va via, pensare che magari lo racconterà alla moglie quando rientrerà a casa e magari insieme ci giudicheranno. È una questione irrazionale, eppure spesso è così. Magari se l’amico in questione vivesse da solo, l’idea che rientrerà a casa dopo il nostro diverbio prenderebbe un’altra direzione, in quest’ultimo caso pottemmo provare un senso di colpa per averlo ferito e lasciato solo. Dicevo, è irrazionale perché osservando la cosa da un punto di vista, diciamo obiettivo, la presenza o meno del terzo non dovrebbe incidere sulla nostra discussione.

Pensiamo ad un’altra situazione che richiama proprio il titolo di questo post, ovvero della presenza di un testimone. Quando noi facciamo un’azione illecita (anche semplicemente buttare una carta a terra) a volte quello che ci preoccupa maggiormente non è il nostro “senso morale” che ci dice che non avremmo dovuta farla, ma il timore di essere scoperti a causa di un testimone, magari, non visibile, che potrebbe giudicarci e/o peggio denunciaci. A volte questo testimone esiste veramente, altre volte lo fantastichiamo noi, ma sempre è presente nella nostra mente, ed ha appunto la funzione di limitare le nostre azioni scorrette o, viceversa, essere un complice compiaciuto delle nostre azioni corrette o piacevoli (come nel caso della barzelletta).

Ma chi è questo testimone delle mie azioni che di volta in volta può assumere le sembianze di un capo, della migliora amica, del genitore, insegnante, di un estraneo qualunque è così via?

Lacan chiamava questo il Grande Altro e rappresenterebbe l’Ordine costituito, il Potere, il Sistema, ossia la struttura simbolica che definisce l’uomo in quanto animale culturale.

Questo “Grande Altro” è ben rappresentato nello straordinario “Decalogo” di Krzysztof Kieślowski, nel quale è presente la figura del testimone silenzioso.

decalogo-film

Il testimone nel film Il “Decalogo”

“Ogni episodio del Decalogo ha un cast differente, ma in tutti, con l’eccezione degli episodi 7 e 10, è presente la figura del “testimone silenzioso“, un personaggio che non parla mai, ma che assiste muto allo svolgimento delle vicende. Forse l’occhio di Dio? Forse la personificazione della coscienza? Forse un angelo? Il regista non ha mai rivelato il suo significato, né al pubblico, né all’attore stesso.” [fonte: Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Decalogo_%28film%29].

Vi ritrovate con questa spiegazione? Se sì, potete anche raccontare qualche vostra esperienza nei commenti.

Related Posts
  • patrizia

    Salve,

    Io personalmente non mi riconosco molto nell’esperienza di preoccuparmi se il presunto “testimone” possa condividere con qualcun altro quanto accaduto con me e giudicarmi in quella sede.
    Forse prevale il fattore ” quello che non so’ non può ferirmi o preoccuparmi”.
    Vorrei invece condividere un altro tipo di esperienza che in qualche modo è correlata al concetto di “testimone” e che per me è fondamentale per vivere a pieno le emozioni.

    Spesso, quando accadono eventi che potenzialmente potrebbero coinvolgermi emotivamente e diventare parte del mio vissuto, ho bisogno in qualche modo di “riviverli” raccontandoli a qualcuno perché’ solo nel momento in cui trovo le parole per “descrivere” quello che ho provato sento che l’emozione riesce a liberarsi e a diventare veramente importante e reale. Ho notato che tendenzialmente l’interlocutore che scelgo non è mai una persona molto intima, non deve condividere il mio quotidiano e generalmente non ricerco una dialettica nella discussione…ho solo bisogno di un ponte verso le mie emozioni. Probabilmente andrebbe bene anche uno sconosciuto se trovassi qualcuno che avesse voglia di ascoltarmi. Ho provato anche a scrivere e rileggere le mie esperienze ma non è la stessa cosa, quindi mi ritrovo molto nel concetto del Testimone come strumento per aprire la porta verso le mie emozioni

    • Salve Patrizia, rispetto alla tua prima riflessione, certamente ognuno di noi ha un vissuto differente in relazione alle proprie esperienze e storie di vita. L’aspetto che mi interessava far emergere è che la presenza del terzo ha un valore simbolico importante, se supponiamo la presenza non solo di un sapere consapevole, ma anche di un sapere inconscio allora magari alcune esperienze possono essere lette in modo diverso. Sulla seconda parte, sì, mi sembra una riflessione importante la tua, il terzo ci aiuta a contattare le nostre emozioni, anche perché noi utilizziamo il linguaggio non solo come una forma di comunicazione razionale ma soprattutto emotiva. Questo è uno dei motivi che ci aiuta a comprendere come fa la parola a curare. Grazie della tua riflessione