Recensione psicologica: tutta colpa di Freud

Recensione psicologica: tutta colpa di Freud

“Tutta Colpa di Freud” – Regia di Paolo Genovese (2014)

Inizio facendo due premesse. La prima è che il film mi è piaciuto molto, è ben fatto, la storia è divertente, i personaggi sono abbastanza credibili e gli attori bravi.
La seconda premessa è che un film ha una sua struttura narrativa e non ha l’obbligo di essere aderente alla realtà, nemmeno quando racconta di una particolare professione. Questo per dire che non ho la pretesa di affermare che uno psicoterapeuta in un film deve essere verosimile alla realtà, quanto vedere le incoerenze come il frutto di una immagine sociale del nostro lavoro, cercando di evidenziare quali elementi vengono amplificati e quali invece sono messi in secondo piano o assenti.

La prima cosa che mi ha colpito nel film è lo studio di Francesco (l’analista) nel quale è presente, molto in evidenza, un mobile interamente dedicato allo schedario dei pazienti. Sarebbe più indicato in una biblioteca oppure nello studio di un notaio o avvocato piuttosto che nello studio di uno psicoanalista. Immaginate che in un solo cassetto potrebbero esserci benissimo centinaia di schede, in tutti quei cassetti potremmo arrivare a parecchie miglia, mi sono chiesto a cosa servissero (certamente c’è una scena in cui la figlia, Emma, sbircia nello schedario per rintracciare un certo nome) però questo non giustificherebbe la presenza di questo enorme mobile. Ovviamente ho pensato a quale fosse la fantasia del regista, o dello scenografo, nell’immaginare uno studio di psicoterapia con tante schede. Non ho una risposta e la lascio ai vostri commenti (che potete scrivere in fondo alla pagina).

Rispetto alla storia ho trovato molto divertente e veritiera l’idea che un padre giochi a fare l’analista anche con le proprie figlie. È chiaro che lo fa all’interno di una “finzione”, dove emerge il desiderio sia delle figlie che dello stesso padre ad entrare in una relazione profonda, e la scusa del “lettino” diviene un ottimo mezzo per riuscirci. Anche quando improvvisa una lezione sulle diverse tipologie di uomini, lasciando solo al 5% quelli da incontrare e magari sposare! Penso che nell’immaginario collettivo gli psicoanalisti, e in genere gli psicologi, siano ritenuti capaci, più di altri, di fronteggiare le crisi dei figli, spesso si pensa che hanno dei poteri quasi misteriosi nel comprendere l’altro. Purtroppo, io direi per fortuna, le cose non stanno così, anche perché la vera comprensione non passa dalla teoria ma dalla relazione che si instaura tra le persone. Questo aspetto nel film è ben rappresentato.

Un po’ meno chiaro è il rapporto di Francesco con il fidanzato della figlia 18enne, Emma, interpretato da Alessandro Gassman, in crisi con la moglie, con il quale inizia una relazione analitica. Anche in questo caso potrebbe essere considerato un gioco, nel quale il padre esperto fa capire che una relazione tra un 50enne e una 18enne in genere funziona poco. Quello però che non convince è il fatto che Francesco, in più di una occasione, dice che Alessandro è in analisi da lui (addirittura lo ha schedato come paziente). Forse sarebbe stato più opportuno proseguire sulla linea che si sono incontrati su richiesta/costrizione di Francesco perché vuole proteggere la figlia, Emma, a non farsi troppo del male. Tutto per dire che avviare un percorso psicoterapeutico è un processo molto serio che non può essere confuso con le relazioni e gli intrecci privati (questo lo dico per i non addetti ai lavori!)

Sempre all’interno del processo psicoterapeutico potrei dire che Francesco è un analista abbastanza anomalo tecnicamente, intanto perché utilizza una lavagna e si presuppone che la possa utilizzare anche con i pazienti (Freud non lo avrebbe mai fatto!), ma soprattutto per la tecnica di conduzione dell’unico paziente, Alessandro appunto, che vediamo in terapia. Infatti gli propone una innovativa tecnica americana che consiste nel ripercorrere con la moglie, in una settimana, i momenti salienti del loro rapporto per comprendere emotivamente che non prova più nulla per lei e arrivare così alla separazione vera e propria (anche questo Freud e i suoi discendenti non lo avrebbero mai fatto), anche se la tecnica, devo dire, è interessante, forse anche da sperimentare! Mi sono chiesto perché in genere nei film si rappresenta un analista e sempre con il lettino, anche quando magari utilizza tecniche molto lontane dalla psicoanalisi. Penso che questo riguardi uno stereotipo, che viene da lontano, fin dai primi film. Probabilmente perché la psicoanalisi è il modello di cura psichica più conosciuto e quindi più facilmente identificabile. Nel caso del film in questione poi non poteva che essere così visto che Freud sta proprio nel titolo!

Un ulteriore aspetto, che viceversa ha una sua coerenza, è il fatto che Francesco come analista sembra avere molto tempo libero: spesso le figlie lo vanno a trovare senza avvisare, può decidere di prolungare la pausa pranzo per stare ancora un po’ con la moglie di Alessandro, Claudia, di cui è segretamente innamorato, ecc. È evidente che il film è esclusivamente centrato sulle difficoltà relazionali delle tre figlie piuttosto che sui pazienti, come avviene, invece, in alcuni film di Nanni Moretti, ad esempio ne “La stanza del figlio” dove molte scene ruotano sulla crisi dell’analista dopo la morte del figlio e sulla sua relazione con i pazienti. Direi, come affermano i Gabbard, che in questo caso la figura dell’analista è un pretesto per raccontare una storia di tutt’altro genere, è il motore sul quale si può collegare l’intero intreccio narrativo. Forse un padre ingegnere o avvocato sarebbe stato meno credibile, non so lo, anche in questo caso lascio a voi la parola attraverso i vostri commenti.

Nel film sono rappresentate anche le storie delle altre due figlie: Sara, omosessuale, che decide di diventare etero, per fortuna con scarsi risultati e Marta, più intellettuale, forse anche il personaggio più stereotipato, che deve necessariamente innamorarsi del diverso: giocolieri, scrittori e ladri di libri…
Comunque, in generale, credo che la psicologia, non solo la psicoanalisi, in questo film ne esca abbastanza bene. La figura del padre-analista è coerente, divertente e anche funzionale alle figlie, le quali hanno certamente qualche problema con la separazione/individuazione da un padre quasi perfetto e una madre assente, ma anche un grande desiderio di capire e vivere le relazioni.

Quest’aspetto è, a mio avviso, anche coerente con il titolo del film: “Tutta colpa di Freud” e con la canzone di Daniele Silvestri che fa da “title-track” alla colonna sonora. Sembra che sia l’inconscio a dominare le nostre relazioni nel bene e nel male. Del resto l’insegnamento di Freud è proprio questo: siamo “condannati” a vivere le nostre relazioni e queste spesso sono anche la fonte di tutte le nostre sofferenze; ma, aggiungerei io, anche la fonte della nostra libertà (questo Freud forse non lo direbbe!)

Post Scriptum
Siccome a me interessa molto anche informare sui temi della psicologia/psicoterapia aggiungo, a questa recensione psicologica, qualche dettaglio tecnico, spero di qualche utilità. Nel film si parla spesso di analisi e non di psicoterapia, provo a fare un po’ di chiarezza.

Lo psicologo è una persona laureata in psicologia che per esercitare la professione deve aver conseguito l’abilitazione mediante l’Esame di Stato ed essere iscritto nell’apposito Albo Professionale.
Per svolgere un lavoro di psicoterapia lo psicologo deve frequentare (dopo l’iscrizione all’Albo) una scuola di specializzazione della durata di 4 anni alla fine della quale ottiene il diploma di psicoterapeuta.
Quando si parla di “analista” e di “analisi”, si intende invece uno psicologo (nel passato, prima della nascita della facoltà di Psicologia, anche medico, oppure laureato in filosofia, lettere, sociologia ecc.) che ha frequentato una scuola di specializzazione dedicata esclusivamente al modello psicoanalitico, la più importante e conosciuta in Italia è la S.P.I. (Società Psicoanalitica Italiana). Questo per dire che un analista è sempre uno psicoterapeuta che però desidera connotarsi nello specifico come psicoanalista e quindi preferisce chiamare il suo lavoro clinico “analisi”.

Spesso in rete, a proposito della differenza tra “analisi” e “psicoterapia”, ho trovato frasi come questa: “lo psicoanalista fa l’analisi della tua mente, lo psicoterapeuta cura le patologie della mente”, oppure: “il primo vede che cos’hai, il secondo dovrebbe curare”, o, ancora: “L’analista, analizza il paziente come dice la parola stessa. Il terapeuta invece, ha il diritto di prescrivere farmaci, fare interventi ecc.”

Diciamo che queste frasi non corrispondono al vero. Dal punto di vista formale “analisi” e “psicoterapia” sono la stessa cosa, dal punto di vista teorico differiscono nel modello di trattamento.

Nel post ho citato un testo, scrivo qui il riferimento bibliografico completo:
Glen O. e Krin Gabbard (1999) Cinema e psichiatria, Raffaello Cortina, Milano.

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